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Il gioco dell’uomo in nero

16 Feb

…forse spiega qualcosa, forse no. In pratica è il prologo che ci sta bene su qualsiasi cosa io scriva :) e l’immagine è tratta da “The Dark Tower – The gunslinger -The battle of Tull”, della Marvel. Qua non si scherza. Nemmeno con lui.

background

1

L’uomo in nero fuggì nella sfera e la sua ombra lo seguì.

2

La sfera era calda, umida, accogliente e rosa, ma l’uomo in nero non commise l’errore di fidarsi dell’apparenza: tanto più il ragno al centro della tela è piacevole, quanto più la mosca accetta di buon grado di farsi divorare. Ma lui mosca non era, osservatore magari. Giocatore piuttosto.

“E quale, quale gioco?” cogitò contemplando: qui un mondo divorato dall’entropia dove la vita, nonostante tutto, si aggrappa ai suoi ultimi brandelli evolutivi; lì un mondo giovane e appena nato, popolato da uomini innocenti e ferali che sarebbero stati ottimi trastulli (quando qualcuno si fosse preso la briga d’istruirli in tal senso). Là un mondo andato avanti, ben oltre il punto di non ritorno, ferito, devastato e scarificato, eppure con ancora sabbia nella sua clessidra; laggiù un mondo grigio dove il folken vive in cubi di ferro e cemento, sospeso nel limbo che intercorre fra la perdita dell’innocenza e la demenza senile. E molti altri, grandi e piccoli, avanzati e decaduti, tecnici o magici.

In qualcuno luci colorate, come radiofari attraverso la bruma del vuoto.

In ognuno qualcosa di Lei.

Al centro di tutti, Lei, bianca dama in paziente attesa d’esser colta e deflorata da chi avesse mani abbastanza forti e cuore abbastanza saldo.

Quale gioco dunque?

“Tutti” disse sorvolando le nebbie dell’eventualità. Tutti i giochi avrebbe giocato, tutti i balocchi avrebbe provato, tutti i mondi sarebbero stati suoi, in palmo di mano e punta di dita. Tutto avrebbe avuto per suo diletto, perché tanto era ciò che voleva e non si sarebbe accontentato di null’altro.

Non sarà così facile.

“Mai piaciuto vincere facile cocca!” chiocciò nella voce acuta di un uomo che se la sta godendo al massimo (e che solo uno stolto commetterebbe l’errore di definire pazzo).

E in tutto questo il suo ‘padrone’ non sarebbe stato che l’ennesima pedina, e neppure quella più importante.

Anche lui alla fine avrebbe avuto ciò che voleva…e ne sarebbe divenuto schiavo. Era inevitabile.

“Ma prima mi è gradito giocare” stabilì la sua voce disincarnata mentre sceglieva il prossimo.

 
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Pubblicato da su 16 febbraio 2016 in Fuffosità, Generale, Racconti, Scrittura

 

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