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Recensione: Il colore della magia

19 Lug
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“Il colore della magia” – Terry Pratchett

Credo che se fossi vissuto negli anni ’80 li avrei adorati. Vissuto, intendo dire, a vent’anni e non a sette. Avevano ancora il gusto della psichedelia e dei capelli lunghi dei sixties e dei seventies, ma erano già proiettati al futuro dell’elettronica, dell’informatica e del sintetico. Non sono un’era antica, gli ’80, hanno semplicemente anticipato e preparato la cultura di oggi, e la letteratura del periodo non sa di muffa e non è noiosa come molti pensano: è solo profondamente diversa da quello che possiamo trovare oggi. Parole diverse, un modo diverso di raccontare, in un contesto dove il fantasy era un terreno fertilissimo e molte idee non erano ancora state sfruttate (e sotto questo punto di vista, a sapere di muffa sono più le produzioni attuali :D), dove non c’erano gli ebook e i nomi degli elfi in un romanzo fantasy non ti facevano finire dal laringoiatra per complicazioni improvvise (né i suicidi logici delle trame dei giovani racc talenti dal neurologo).

“Colours of magic” , tradotta in italiano come “Il colore della magia”, è un’opera del 1983 scritta da quel genio ormai scomparso di Terry Pratchett, che adesso andremo a esaminare; la cosa sarà veloce perché il libro – alla sua decima rilettura o giù di lì, mi ha davvero conquistato, anche se non rappresenta certo l’opera perfetta di Tolkien o Brooks. Diciamo che si mette su un altro piano, con la pretesa – davvero ben riuscita entro i suoi limiti – di fare del fantasy che non si prende per niente sul serio. Il che non significa, occhio, fantasy stupido…

LA TRAMA

Il Mondo Disco è un posto strano: un grande mondo piatto sostenuto da quattro elefanti, a sua volta sostenuti dal guscio della grande tartaruga A’tuin (ne “La Torre Nera” di King, uno dei dodici Guardiani è proprio una tartaruga, che si chiama Maturin e, secondo le credenze, sostiene il mondo su di sé. Il Ka è una ruota, ma non credete che l’abbiano inventata loro questa cosa:  se non sbaglio nella mitologia Indianasi legge del mondo sopra la tartaruga…e anche il mito di Atlante non è poi così diverso).

In questo mondo fuori dal comune si sviluppa la storia del mago fallito Scuotivento, un povero disgraziato che non ha mai finito l’università della magia, non sa evocare incantesimi (per il fatto di aver letto, una volta, un grimorio proibito dal quale un potentissimo incantesimo senziente è uscito fuori e gli si è piantato in testa saturando tutto lo spazio disponibile) e campa di espedienti nella metropoli di Ankh-Morpork, covo di avventurieri e feccia assortita come nella migliore tradizione dell’Advanced Dungeons and Dragons – per gli amici ADnD 2° edizione. In effetti l’intero libro sembra una gigantesca sessione di gioco di ruolo: tutto inizia con l’incontro fra Scuotivento e il viandante Duefiori, uno sprovveduto agente di assicurazioni in ferie (!) proveniente da un impero potentissimo e ricchissimo che aveva voglia di fare il turista, accompagnato da un baule animato refrattario alla magia e provvisto di un coperchio coi denti e di minuscole gambette che gli permettono di muoversi, che impareremo a conoscere come “il Bagaglio”; da qui in poi le situazioni in cui il trio andrà a ficcarsi sono le più improbabili, a partire dall’obbligo, imposto dal borgomastro di Ankh-Morpork a Scuotivento, di vigilare sulla salute del turista e di assecondarlo in tutti i suoi desideri, passando per l’incendio della città stessa (dopo che l’assicuratore aveva convinto il proprietario della classica taverna malfamata a sottoscrivere una polizza antincendio) per finire col nostro mago che precipita oltre l’orlo del mondo, incalzato da un demone vestito come la morte che vuole prendergli l’anima. Vi sembra confusionario? Lo è, e a mio parere questo rappresenta uno dei punti deboli del libro, ma ci arriveremo…

In buona sostanza l’intero racconto è un avvicendarsi di situazioni impossibili, viaggi verso mete improbabili (tra cui figurano una montagna capovolta abitata da uomini e draghi che camminano a testa in giù, e una città costruita dai relitti di navi al confine del mondo, dove l’oceano precipita nel vuoto stellare), citazioni dai classici del fantasy da tavolo (ad esempio quando al gruppo si unisce il barbaro Hrull, naturalmente grosso e stupido come tradizione vuole) e situazioni paradossali e dissacranti dove vengono coinvolti (e smontati) Dei ed eroi, dove si discute di filosofia insensata, e dove è una costante la presenza della Morte: poiché secondo le regole è tenuta a scomodarsi di persona per venire a prendere i maghi che muoiono, la vedremo beffata sul più bello in molte occasioni, grazie alla straordinaria capacità di sopravvivenza (ai suoi stessi guai) di Scuotivento – e a qualche deus Ex – non ultima la conclusione del racconto stesso. Di cui non scendo certo nei dettagli ;).

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A’tuin, classe Reptilia, ordine Testudines, specie Chelis Galactica, come lo stesso Sir Pratchett si premura di dirci. Vi prego di notare gli elefanti che sostengono il Mondo Disco.

LO STILE

Frizzante e scanzonato come ci si aspetta per un’opera del genere; molto veloce nei frangenti concitati, dove prevale il mostrato e l’uso della coordinazione, in poche righe (Licia guarda e impara!) riesce a farci immaginare la scena come se l’Autore la stesse tratteggiando su una tela. Il registro rallenta quando Sir Pratchett ci regala delle godibilissime e originali spiegazioni pseudoscientifiche al World Building, al funzionamento della magia o alla cosmologia (usando termini e nozioni dello stesso Mondo Disco, con una bravura non indifferente); in questo si vede come il narratore sia onnisciente e non del tutto staccato dalla narrazione stessa, in cui invece entra spesso e volentieri, a mio parere sempre in modo non invasivo e comunque conforme all’impostazione del racconto.

La cosa interessante da dire è che la traduzione (almeno nella versione che ho io – non ho sottomano il nome del traduttore) è molto ben fatta, riesce a riprendere le espressioni idiomatiche e i giochi di parole della versione in lingua originale, e la comicità che ne deriva non è mai cretina, solo talvolta cialtrona, nella maggior parte dei casi arguta, e legata in primo luogo alle situazioni…

Scuotivento tentò con l’alto borograviano, il vanglemesht, il sumtri e perfino l’oroogu nero, la lingua senza sostantivi e un solo aggettivo, che è osceno. Ogni suo tentativo incontrò un’educata incomprensione. Disperato, ricorse al pagano trob, e il viso dell’ometto si illuminò di un gran sorriso felice.
— Finalmente! — esclamò. — Mio buon signore! È davvero notevole! — (Benché nella lingua trob l’ultima parola in effetti diventasse: “Una cosa che può succedere una sola volta nella vita di una canoa ricavata diligentemente con l’accetta e il fuoco dal più alto albero di legno diamantifero che cresce nelle ben note foreste diamantifere alle pendici dei monte Awa-yawa, patria degli dei del fuoco o così si dice”.)
— Che voleva dire? — domandò il Grosso sospettoso.
— Che ha detto l’albergatore? — chiese l’ometto.
Scuotivento deglutì. — Per piacere, Grosso, due boccali della tua birra migliore.

…poi ai dialoghi stessi…

È stato già osservato come coloro che sono sensibili alle radiazioni del lontano ottarino, l’ottavo colore, il pigmento dell’Immaginazione, riescono a vedere cose che altri non vedono. Fu così che Scuotivento, attraversando rapido i bazar affollati e scintillanti di luci di Morpork, con il Bagaglio che lo seguiva trotterellando, si scontrò con un’alta figura scura, si voltò per lanciarle un po’ di improperi, e si trovò davanti la Morte.
Doveva essere la Morte. Nessun altro se ne andava in giro con le orbite vuote, e poi la falce sopra la spalla era un altro indizio sicuro. Mentre la fissava terrorizzato, una coppia d’innamorati ridenti attraversò l’apparizione e proseguì, senza mostrare di accorgersene. Per quanto possibile in un volto privo di lineamenti mobili, la Morte sembrò sorpresa.
— Scuotivento? — chiamò la Morte in toni profondi e grevi come lo sbattere di porte di piombo, giù giù sottoterra.
— Uhm — disse Scuotivento che cercò di indietreggiare, allontanandosi da quello sguardo cieco.
— Ma perché sei qui? (“Bum bum” rintronarono i battenti della cripta nelle fortezze brulicanti di vermi sotto le antiche montagne…)
— Uhm, perché no? — rispose Scuotivento. — Comunque, sono sicuro che hai tanto da fare, quindi se soltanto…
— Mi ha sorpreso che tu mi abbia urtato, Scuotivento, perché ho appuntamento con te proprio questa notte.
— Oh no, non…
— Naturalmente, ciò che mi secca di questa faccenda è che mi aspettavo di incontrarti a Psephopololis.
— Ma si trova a quasi ottocento chilometri da qui!
— Non ho bisognò che tu me lo dica; tutto il sistema è di nuovo scombinato, vedo. Senti, non è possibile che tu…?
Scuotivento indietreggiò, con le mani tese per proteggersi. Dal banco vicino, il venditore di pesce secco osservava con interesse quel povero matto.
— Non è assolutamente possibile!
— Ti potrei prestare un cavallo molto veloce.
— No!
— Non sentirai nessun male.
— No! — Scuotivento si voltò e corse via. La morte lo guardò allontanarsi e scrollò le spalle amaramente.
Va’ a farti fottere, allora — disse la Morte. Si girò e vide il pescivendolo. Con un sogghigno, la Morte allungò un dito ossuto e arrestò il cuore dell’uomo, ma non ne fu molto orgogliosa. Poi la Morte si ricordò che cosa doveva accadere più tardi quella notte. Non sarebbe esatto dire che sorrise, perché per forza di cose i suoi lineamenti erano fissi in un sogghigno calcareo. Ma si mise a canterellare un motivetto, allegro come il segno lasciato da un bubbone; smise soltanto per togliere la vita a una effimera svolazzante e una delle sue nove a un gatto accovacciato sotto il banco del pescivendolo (tutti i gatti possono vedere nell’ottarino). Poi la Morte girò sui tacchi e si avviò al Tamburo Rotto.

…e per finire a quegli (chiamiamoli) infodump che spesso e volentieri l’Autore sparpaglia a mani basse nelle pagine:

Uno degli effetti collaterali interessanti dell’incendio di Ankh-Morpork riguarda la polizza “assicurativa”, che lasciò la città attraverso il tetto devastato del Tamburo Rotto, fu sospinta in alto dal calore su nell’atmosfera del disco e dopo parecchi giorni atterrò qualche migliaio di chilometri lontano su un cespuglio di uloruaha nelle isole Trob. Gli isolani, gente semlice e ridanciana, l’adorarono come un dio, con grande sollazzo dei loro vicini più sofisticati. Strano a dirsi, negli anni immediatamente successivi le piogge e il raccolto furono incredibilmente abbondanti. Ne conseguì che un gruppo di ricercatori fu inviato nelle isole dalla facoltà delle Religioni minori dell’Università Invisibile. Il loro verdetto fu che si trattava soltanto di una messa in scena.

Totalmente senza senso, a nessuno interessa sapere davvero una cosa del genere, e se non ci trovassimo in un fantasy che dichiaratamente ride su sé stesso a bocca aperta, la troverei molesta io per primo. Non qui. Qui contribuisce a farmi immergere ancora di più nell’atmosfera di nonsense del racconto e quindi è un dettaglio di assoluto pregio (oltre ad una dimostrazione continua della bravura dell’Autore nel tenere banco con una comicità che – ripeto – non stanca mai e non scade ai livelli idioti di Paperissima).

Dura la vita del mago fallito...:P

Dura la vita del mago fallito…:P

LE CONCLUSIONI

Il libro è proprio buono, una pietra miliare, qualcosa da cui tutti gli scribacchini autori fantasy attuali dovrebbero prendere esempio, al pari di Tolkien o Brooks; volendo trovare una pecca a tutti i costi, tuttavia, io direi che le situazioni in cui il nostro povero Scuotivento viene scaraventato sono troppe e troppo rapidamente avvicendate: di conseguenza il libro può risultare un po’ “slegato” e le tre parti in cui viene diviso – l’incendio e la fuga da Ankh-Morpork, il viaggio fra dungeons e terre selvagge con Hrull il barbaro, l’arrivo sul confine del mondo e la conclusione – possono arrivare ad essere considerate tre racconti relativamente indipendenti. Anche il fatto che il personaggio del barbaro scompaia a 2/3 del volume, tra l’altro in maniera poco chiara (e in occasione di un Deus-Ex) mi ha un po deluso. Come la presenza dei salvataggi in extremis, quelli più grossi sono almeno due, perfettamente in linea col piglio fuori di testa del racconto – in uno Scuotivento e Duefiori vengono teletrasportati dal nulla sopra un aereo nel nostro mondo (e il Bagaglio li segue come…bagaglio a mano, con tanto di targhetta della TWA!); nell’altro i due vengono salvati dalla Dea Che Non Deve Essere Nominata, la quale sceglie di aiutare i mortali nel momento del bisogno con atteggiamento totalmente random. Possiamo comunque scegliere di non vederli come difetti, ma come ulteriori spunti di pazzia, la scelta è nostra.

Siamo in ogni caso anni luce dalla fuffosità dei best-seller per Young Morons di oggi: questa è storia del fantasy, un libro che dovete assolutamente leggere, se già non l’avete fatto, non potete proprio perdervelo…se ci tenete alle dita…

...capito? :P

…capito? :P

 
1 Commento

Pubblicato da su 19 luglio 2015 in Cose utili, Recensioni

 

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Una risposta a “Recensione: Il colore della magia

  1. gianni

    19 luglio 2015 at 14:43

    Eh, gli anni ottanta, anche a me che li ho intravisti con qualche anno in più di te, mi son sempre sembrati una sorta di modernariato! Con della roba nuovissima che invecchiava in fretta, un po’ come dalle prime consolle al C64 e poi via via sempre più in fretta.
    Il mondo disco… ma sai che non mi sono mai piaciuti i libri del buon Pratchett? Scriveva bene questo sì, cento volte meglio di tanta roba che esce adesso ed era geniale, soprattutto nella sua di lui medesimo fuga dalla morte… Ma da amante della fantasy “seria” non mi era mai troppo entrato nelle corde. Non so come dire: ok fare la parodia del Signore degli Anelli o prendere in giro certa epica drammatica fantasy, ma senza esagerare.
    Comunque tornando al libro in sé, me lo andrò a leggere ora 30 anni dopo e vediamo cosa mi lascia. :)

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