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Ricordi fossili

03 Lug

Ricordi. Belli, brutti, felici, infelici: sono segni, croci e chiodi di bara, e la nostra vita ne è piena. Nei meravigliosi cortocircuiti analogici di cui il cervello umano si rende responsabile, noi possiamo associare un ricordo a qualsiasi cosa, a un posto, un odore, un colore, un suono, una sensazione…e spesso, troppo spesso è una cosa che succede nostro malgrado, e cancellarla non è possibile, neppure quando il tempo passa e il ricordo diventa dolore. Ma se potessimo, se lo facessimo, che cosa ci rimarrebbe del momento, del qui e dell’ora a cui il ricordo rimanda? Sarebbe giusto?

Io non lo so. Io so soltanto che questa è una bottiglia:

acqua

…e che se tu Perfetto Sconosciuto proseguirai a leggere, andrai a ficcare il naso dritto dritto nel mio nucleo di personalità profonda: fallo io prego, soltanto se la tua vocazione di voyeur mancato minaccia di non farti dormire stanotte, o se soffri della stessa curiosità insana e dannosa che a suo tempo uccise il gatto, o se sei un sadico bastardo che vuole farsi una risata alle spalle di un suo simile. In ogni altro caso, ti chiedo per favore di non proseguire. Mi ha fatto un male fottuto scrivere questo post e vorrei che meno persone possibili lo leggessero. In effetti l’ho scritto soltanto per me.

Hai scelto di andare avanti? Bene, che ti faccia buon pro, ma spero che la tua morbosità ne esca con le ossa rotte, spero che quanto leggerai ti lasci del tutto indifferente…o che ti sconvolga al punto da impedirti di mettere nuovamente piede nel mio blog.

Si era rimasti dunque alla bottiglia: una normalissima Valmora da 1,5 lt in PET, contenente acqua, che non sapevo neppure più di avere e che Mercoledì scorso ho ritrovato, insieme con un ricordo che per me ha il gusto del sale quando le lacrime non ne vogliono sapere di fermarsi prima della bocca, e l’odore indefinito, ma straziante (e tu che leggi non sai quanto) della cenere di fiori sbocciati in un’estate che è durata troppo poco, e non è stata altro che il contentino per una stagione della vita amaramente fuori tempo massimo. Ho riempito questa bottiglia nell’Agosto 2013 nella casa che mio padre ha sulle montagne della Valle del Po, prima di un’escursione con una persona a cui tenevo (e a cui tengo tuttoggi).
C’è ancora qualcosa di questa persona, in quella bottiglia: le impronte delle sue dita sulla plastica, il suo respiro nell’aria che la riempie per metà, tracce di lei, forse, sull’imboccatura del collo e nell’acqua…è tutto quello che mi rimane, un ricordo fossile, cristallizzato, devastante e, ho scoperto, incancellabile. È rimasta per due anni ad aspettarmi nel punto in cui l’avevamo lasciata di ritorno da quel giro, in una casa dove ho trovato il coraggio di tornare solo ora, settecento e rotti giorni dopo, quando la ferita, forse, avrebbe già dovuto smettere di fare male. Ho scoperto che così non è.

Cinzia e io non eravamo felici allora; forse lo siamo stati per il primo anno – o soltanto per il primo mese dei sessanta che siamo durati – ma non di certo in quel momento. L’odore della fine era già nell’aria (Gesù, lo è stato nell’aria per così tanto tempo, senza che io volessi fare nulla per evitarla!) ma…i momenti, quelli si, i momenti felici ci sono stati: al netto del logorio delle litigate, innescate da una monotonia e da una pigrizia che non ho mai cercato di rompere, dei silenzi, dell’indifferenza mia e della rabbia sua, e del veleno versato dall’uno all’altra, e del fossato che abbiamo scavato fra noi…c’era spazio in tutto questo per qualche oasi di felicità. Quella è una delle tante, poche o molte che fossero.

Tempo fa lessi di un uomo, negli USA, che conservava un pallone gonfiabile come la cosa più preziosa al mondo: in quel pallone c’era il fiato della donna che aveva amato, e che gli era stata portata via dall’eccidio (meritato io penso dalla nazione Americana, ma non certo dalle persone comuni che nulla hanno potuto delle scelte di chi li ha governati) dell’11/9. Per me è lo stesso, e non so perché vengo a dirlo a voialtri Perfetti Sconosciuti (o Affezionati Lettori che dir si voglia) visto che non mi fa neppure poi tanto bene, lo stare a ripensarci. Forse lo faccio solo perché è stato uno shock puro e semplice rivedere questo oggetto, a cui più non pensavo, sul davanzale della finestra della camera che ho diviso – per la prima e ultima volta, finora, in vita mia – con una persona.

I ricordi sono compagni fedeli nel bene e nel male: si mettono lì, in attesa che la mente ti conduca, durante le sue cavalcate, a portata di tiro. I ricordi ti sorridono affabili come il gatto e la volpe a Pinocchio, seduti a lato della pista già percorsa, quando incontri il loro sguardo per un attimo…e tanto gli basta perché, indipendentemente da quanto sei lesto a girarti, ti saltino addosso e ti presentino il conto.
Tutte le volte che è loro gradito, e la radura alla fine del sentiero è l’unico modo per metterli a tacere una volta per tutte…

 
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Pubblicato da su 3 luglio 2015 in Fuffosità, Generale

 

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