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Perché non possiamo essere liberi, parte II – diritto a lavorare (e a sceglierci i carichi di lavoro)

27 Gen

Ok, seconda puntata dell’appuntamento-che-fa-incazzare-Cal: lo mettiamo ogni due settimane, valà? Tanto sono un asso a NON rispettare le scadenze delle mie stesse rubriche xD in ogni caso oggi vi regalo una cortissima riflessione in tema di lavoro e libertà di scelta.

Partiamo da una serie di premesse; punto 1: la Costituzione, all’art. 4, recita:

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società

Beato chi crede ancora che quegli stronzi diano diritti ai cittadini =) in ogni caso, lavorare si deve, se non altro perché è logorante girarsi i pollici tutto il giorno. Io non lo reggerei, pure se tanti dicono che, se potessero, lo farebbero. Io preferisco fare ciò che mi va e mi illudo di poterlo fare (ma anche no, se lo dice pure la Costituzione…).

Al punto 2 troviamo i dati sulla disoccupazione, facilmente verificabili (ad esempio sul sito dell’ISTAT, se siete dei ragionieri mancati e amate perdervi fra i numeri; io mi accontento dei riassunti letti in giro): nel terzo trimestre del 2014 quella generale è intorno al 13%, mentre per la fascia classica 15-24 anni siamo tra il 42-45% a seconda delle fonti. Non è una novità, ma nulla in questo post lo è.

Al punto 3 abbiamo il Jobs Act che sembra essere diventato il nodo centrale dell’esistenza del signor Renzi, che a salire al soglio della presidenza del consiglio ha fatto il miglior affare della sua vita; in buona sostanza, con la legge delega del 10/12/2014 e successivi decreti di attuazione, si è arrivati a risoluzioni che a mio parere sono catastrofiche, mentre a parere di qualcun altro fanno aprte della “flessibilità in ingresso”, altro modo per dire a qualcuno che verrà trattato come una cassetta di frutta. Parliamo del famosissimo articolo 18, che, per gli assunti fino al 31/12/2014 prevedeva il reintegro sul posto di lavoro qualora il licenziamento fosse stato ritenuto illegittimo dal giudice del alvoro, senza sindacare sulle motivazioni: discriminatorio o dettato dalla necessità di ridurre il personale, in caso di licenziamento ed eventuale, conseguente causa civile, era il giudice a dover stabilire la sua legittimità. D’ora in avanti, e citando dal sito di panorama.it (mna le fonti sono molte, anche più approfondite):

Dal prossimo anno, per i lavoratori neo-assunti, rimarrà l’obbligo di reintegro soltanto quando un licenziamento è discriminatorio, cioè legato a pregiudizi ideologici, razziali, sessuali o politici nei confronti del lavoratore. Se invece il dipendente viene lasciato a casa per ragioni economiche (per esempio in caso di crisi aziendale) non ci sarà il reintegro. Nel caso in cui il licenziamento risulti ingiustificato, il lavoratore avrà diritto soltanto a un indennizzo in denaro, proporzionale agli anni di carriera che ha alle spalle.

Ricordo di aver letto, su altri siti, che per aiutare ad arginare il problema della gente lasciata a piedi, verranno potenziati i servizi di assistenza di centri per l’impiego, comuni, l’istituzione di corsi voucher, ecc…tutte discussioni sul sesso degli angeli, fino a quando non si vedranno gli effetti pratici di questo nuovo corso.
Per quanto riguarda i licenziamenti per motivi disciplinari – e salvo casi in cui il torto è cristallino, la materia in questione è ancora più soggettiva – il reintegro potrà avvenire “solo in casi limitati” e con sentenza del giudice.

Attraverso alcuni decreti delegati da approvare entro fine anno, però, il governo stabilirà più nel dettaglio quali sono le categorie di licenziamento disciplinare in cui potrà essere ordinato il reintegro e quali invece potrà esservi soltanto un indennizzo in denaro. Inoltre, verranno stabiliti dei termini certi a disposizione del lavoratore per impugnare il licenziamento davanti al giudice, per evitare allungamenti dei contenziosi.

Non ho idea di quali siano questi decreti delegati, che comunque dovrebbero già essere stati approvati, perché mi pesa il culo e non ho voglia di cercarli. Tanto per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, il Jobs Act continuerà a mantenere la disciplina dei contratti a tempo, pure se, nelle intenzioni di Renzi, dovrebbe allo stesso tempo sfoltire la giungla delle tipologie di collaborazioni esistenti (il che sarebbe l’unica cosa positiva). Per finire:

Verrà modificata, rispetto al testo iniziale del Jobs Act, la disciplina dei controlli a distanza dei dipendenti. La riforma del lavoro del governo Renzi mira a introdurre dei meccanismi di verifica dell’operatività nell’azienda, anche attraverso strumenti telematici che oggi sono in molti casi proibiti dalla legge. I controlli non riguarderanno i singoli lavoratori ma soltanto i reparti e gli impianti, per non ledere il diritto alla privacy dei dipendenti.

…lol? banana. Ad ogni modo il punto 4 è dietro l’angolo e lapidario: in italia, per il mercato del lavoro sei vecchio prima dei 30 anni. Diciamo che a 25 la maggior parte delle porte ti sono state chiuse, mentre al raggiungimento degli anni di Cristo praticamente nessuno ti offrirà più un cazzo, perché dietro di te ci sono migliaia di giovani disoccupati in attesa. Se non ci credete, posso citarvi una sporta di offerte di lavoro in cui si richiedono candidati di età “non superiore a…”. Ma vaffanculo.

Chi non vorrebbe offrire un impiego a questo simpaticone? xD

Ora, credo sia palese vedere le mancanze di libertà in questo:

  1. io non ho garantito il mio diritto costituzionale al lavoro, semplicemente perché sono sostituibile, perché c’è un sacco d’altra gente che sa fare quello che so fare io. E se supero il quarto di secolo di vita, divento automaticamente obsoleto.
  2. io non posso scegliere il mio lavoro, salvo rari casi: devo prendere quel che c’è quando c’è, e nel 2014 questo significa: scrivania, ufficio, computer per 8 ore. E se va bene arrivo a mille euro al mese (mentre un “semplice” operaio in Germania ne prende il doppio).
  3. io non posso cambiare ciò che le circostanze – o io stesso – hanno deciso per me, perché si abbaia tanto di riqualificazione, ma se di punto in bianco io decido di formarmi per cambiare un mestiere che non ha prospettive, o che semplicemente mi sta stretto perché sopravvenuto al termine di una serie di scelte sbagliate, posso farlo. Ma ci sarà sempre chi, più giovane di me (e siamo sempre qua) mi passerà davanti.

E tra tutte queste cose, io non sono neppure libero di scegliere i miei carichi di lavoro in accordo alle mie scelte e al mio benessere psicofisico perché, di nuovo, sono obbligato a prendere quel che c’è quando c’è. Perché devo starmene 8 ore chiuso in una stanza a lavorare (e passarne da una a tre in viaggio per recarmi sul posto) quando semplicemente non mi va? Quando non ne ho bisogno per le mie esigenze di vita? Perché non posso essere libero di personalizzare e calibrare il mio orario di lavoro in accordo alle mie capacità e alla mia volontà, e ricevere di conseguenza una retribuzione commisurata? Dire che “tutti hanno fatto così da sempre” (risposta da parte di una persona a me molto cara, che tuttavia avrei preso a sberle per questo) non è una motivazione: è accontentarsi. È scendere a compromessi perché non puoi fare altrimenti. È non essere liberi. È portare via il lavoro ad altri, perché se ci sono tre persone, una che è oberata per 12 ore al giorno e due che non hanno un cazzo da fare, ma facciamoli lavorare tutti quanti per 4 ore, col compenso regolarmente scalato, e se uno vuole prendere di più aumenta il suo carico, ma scientemente, non perché “così fan tutti”.

  • C’è anche chi – come il M5S – teorizza il reddito di cittadinanza per dare a tutti qualcosa (mi è rimasto particolarmente impresso il pensiero di una collega, blogger e scrittrice, Gaia – nome stupendo tra le altre cose *_* – che trovate qui) e che mi trova del tutto d’accordo: 400€ o quel che è, pro amore Dei, ad ogni adulto nato sul suolo italiano da genitori italiani da almeno una generazione, e chi vuole di più si attiva per trovarsi un mestiere. I fondi li troviamo castrando le palle a chi, politico o capitano d’industria, guadagna 200.000 euro all’anno per dirne una. O legalizzando la prostituzione. O decriminalizzando la cannabis. O tagliando le nostre inutili e costose missioni militari all’estero. O in mille altri modi. Approfondite il discorso qui.

…a volerlo affrontare per bene, e in modo costruttivo, il discorso sarebbe complesso. Non ne ho voglia ora, parlare di certe cose mi deprime. Pigliatelo come uno sfogo fine a sé stesso e bon.

 
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Pubblicato da su 27 gennaio 2015 in Fuffosità, Generale

 

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